Bisogna far uscire le Università dalla FASE1

Essere studenti universitari in Italia è un’esperienza unica del suo genere, ti senti costantemente Fantozzi dinanzi al megadirettore galattico costretto ad affrontare un esercito di mangiamorte armati solo di una cerbottana. Esagero? Forse, ma certamente la situazione degli universitari italiani non è delle migliori, infatti come rilevato anche da uno studio del 2018 di Sodexo, per soddisfazione degli studenti siamo ultimi a livello mondiale, con addirittura il 46% degli intervistati che boccia il proprio percorso accademico. Un problema che non si limita alla sola università ma che potrebbe tranquillamente estendersi a tutto il comparto educativo.

Da anni vengono evidenziate carenze infrastrutturali, oltre che di offerta formativa, che calandosi nella realtà economica del paese rendono l’accesso all’istruzione sempre più precaria. L’emergenza sanitaria legata al COVID-19 ha, se possibile, amplificato ancor più questi problemi, rendendo d’obbligo un intervento che al momento non sembra esserci all’orizzonte. Una miopia politica che certamente non può essere imputata esclusivamente all’attuale Governo, anzi, ma che pone il solito dubbio “questo paese ci crede nel proprio futuro?

Già verso la fine della FASE1, quando s’iniziava a discutere della ripartenza, il discorso relativo alla scuola era relegato in un angolino, con le Università quasi avvertite come un problema più che una risorsa, sino ad arrivare ad oggi con la situazione pressoché immutata. Una situazione paradossale che sta incidendo sulla qualità formativa creando situazioni di svantaggio nelle realtà in cui connessioni instabili, carenti o assenti unite a docenti “non a passo coi tempi”, trasformano un semplice esame o il seguire una lezione, un impresa. Questo senza tener conto di una caratteristica spesso sottovalutata, la formazione umana; quel contatto, quel fruire di esperienze, che formano la persona come individuo sociale.

Tutto ciò se raffrontato alla quotidianità crea una situazione di insofferenza, perché se per la legittima necessità della ripartenza economica si è riaperto tutto, sorvolando qualche volta sui controlli e il rispetto dei protocolli, ciò non è avvenuto per l’istruzione, creando il paradosso di discoteche piene e atenei vuoti. Un qualcosa d’incomprensibile ed inaccettabile se non si ricordasse l’altro problema italiano: l’assunzione delle responsabilità.

Ad oggi, se ci si ammala in un locale che non ha rispettato i protocolli la colpa ricade in capo al privato, ma se ciò avvenisse a scuola o all’università chi si prenderebbe la responsabilità? Il rettore, il preside, gli insegnati, il personale che non ha controllato o il Ministero? Questo spiegherebbe anche perché si sta valutando il rilevamento della temperatura degli studenti a casa da parte delle famiglie. Un atteggiamento paraculo spregiudicato e miope che fa solo del male al paese.

Se si vuole investire nel futuro è necessario aprire il prima possibile le Università rispettando tutte le misure per la salvaguardia della salute; bisogna rimettere la dimensione umana dinanzi a quella del mero profitto, altrimenti non si farà altro che perpetuare la visione di uno Stato basato sull’economia senza l’individuo.

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Una risposta

  1. Sharon ha detto:

    Io oramai ci ho perso le speranze.
    Ho passato un secondo semestre a rincorrere le lezioni dietro un PC, certe volte con internet che si bloccava e che non mi permetteva di interagire con i professori.
    Esami fatti in via telematica a dir poco penosi tra problemi di connessione, -certe volte- la bastardaggine dei professori che non si fidano di te e pensano sempre che dietro quel PC tu stia imbrogliando e copiando, problemi di piattaforme come Teams o Moodle, farci scaricare mille ed uno programmi per bloccare il PC cosicché tu non possa copiare, farsi controllare la stanza permettendo a degli “sconosciuti” di invadere la tua privacy, richieste assurde come “faccia l’esame guardando il soffitto” oppure “metta uno specchio dietro di lei per controllare che non abbia niente e nessuno davanti”, “si, signorina potrebbe meritare anche 28 se avesse sostenuto l’esame in sede ma io non so se lei ha copiato o meno, le va bene 24?” e potrei raccontarne ancora tante…
    E la cosa che mi fa più rabbia è che il fine settimana si sta tranquillamente sui lidi addossati uno sull’altro, si scende tranquillamente senza mascherina ma il Governo come molti miei coetanei se ne fregano dell’Università che non riparte, tanto è più importante starsene nei locali ad ubriacarsi piuttosto che stare in sede ed ubriacare il cervello di conoscenze.
    Spero con il cuore che almeno a settembre qualcosa cambi perché ho bisogno di tornare anche a questa piccola parte della realtà e soprattutto perché il diritto allo studio non può esserci negato!

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