Chi ne pagherà il prezzo?

Ieri, come tutti ero davanti al televisore, avevo già letto la bozza che parlava di chiusura imminente per le sale cinematografiche, ma fino alla fine speravo che non fosse vero, che quella decisione priva di logica non fosse messa in atto. Da oggi fino al 24 novembre sulle sale calerà nuovamente il sipario, questa volta ben più pesante e sopratutto caro e mal digeribile poiché non esiste alcun dato o evidenza che supporti questa decisione, anzi tutte le testimonianze dimostrano il contrario; prenotazione digitale, registrazione dei dati, entrata in sala dilazionata in tempi più larghi, posti distanziati, canali di entrata ed uscita separati, riciclo dell’aria e sanificazione dopo ogni visione, ma soprattutto un’incidenza quasi nulla di contagi. La domanda che ci si presenta davanti a questo punto è: chi pagherà il prezzo di questa chiusura?

La risposta è complessa e sicuramente non riuscirà ad includere, in questa sede, tutti coloro che ne subiranno le conseguenze.

Negli ultimi anni stiamo assistendo in misura sempre più crescente ad una diseducazione alla sala; lo streaming, che tanto amo, ha mostrato le potenzialità di poter fruire di un prodotto senza i limiti posti dagli impegni della quotidianità, possiamo guardare un film o una serie TV a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo.

Questa tendenza è accresciuta durante il periodo di lockdown a causa dell’impossibilità di recarsi al cinema, ma si è protratta anche durante il periodo di riapertura e le persone, sia per comodità che per timore di una possibile esposizione al virus, hanno preferito far riferimento ai servizi come Netflix, Amazon prime o Apple TV piuttosto che recarsi in sala. Negli ultimi tre mesi le grandi case di produzione hanno abbandonato completamente di esercenti, i quali, non avendo a disposizione i film precedentemente fissati in uscita per quel periodo, hanno attuato diverse politiche, alcune delle quali contrarie ad ogni logica economica e a favore del pubblico dei cinefili più appassionati, pur di guadagnarsi una fetta di quella torta ormai depredata.

Dati sempre più consistenti mostrano una disaffezione da parte del pubblico alla sala ed escludendo casi peculiari come l’avvento del grande blockbuster, per le piccole produzioni c’è sempre meno spazio. Proprio in questo clima già complesso si collocano i film definiti indipendenti o gli stessi cinema d’essai, piccoli borghi di cultura in cui si scavalca la semplice richiesta di intrattenimento per determinare concetti e idee mediante immagini, per raccontare gli eventi passati attraverso la riproduzione immaginaria delle impressioni di chi li ha vissuti, luoghi in cui le immagini sono progetti accurati degli stati umani. Questi film e gli stessi cinema indipendenti vivono del piccolo pubblico di affezionati, di incassi modici, eventi culturali, sopravvivono grazie alla spinta di produttori che ignorano l’incasso facile preferendo sperimentare e nutrire queste piccole fortificazioni fatte di persone e del loro amore per il cinema.

Investire in un cinema indipendente dopo un periodo di chiusura così lungo, dopo la perdita degli incassi delle scorse stagioni e avendo vanificato tutti gli sforzi economici richiesti per mettere in sicurezza le sale; investire in un film indipendente con i grandi blockbuster quasi tutti rimandati e che probabilmente affolleranno gli schermi in momenti più sicuri, investire senza avere alcuna sicurezza che il pubblico decida di abbandonare il comfort dello streaming o che sentendosi al sicuro decida di tornare in sala; investire in queste realtà rappresenterà un rischio di impresa non indifferente.

Per tornare alla domanda posta in precedenza, temo che le conseguenze di questa scelta colpiranno un po’ tutti, gli esercenti di grandi catene di multisala con i tantissimi dipendenti al seguito, i coraggiosi proprietari di quelle piccole realtà culturali e locali, le grandi case produttrici con i loro film d’intrattenimento e i centinaia di imprenditori che ne sostengono la produzione, ma anche i produttori di film che rappresentano un’urgenza artistica e un richiamo di piccoli fedeli. Infine ci perdiamo anche noi, coloro che amano discutere di quest’arte senza tempo e generosa perché sorella della scrittura, della fotografia, della pittura, della sartoria e di tante arti antiche o nuove  che la compongono. Dopo tutto questo, parlare di un “attacco alla cultura” non mi pare inesatto o superfluo, non posso che sperare con tutto me stesso che qualcosa cambi.

di Michele Pane

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