Complotto contro la Lombardia?

Con la fine della visione utopica di un’umanità desta che tenendosi per mano e cantando “somewhere over the rainbow” creava un nuovo paradigma con il reale, siamo ritornati all’esalazione della realtà soggettiva da piegare ed interpretare a seconda delle esigenze. In questo, un caso lapalissiano, è quello lombardo e della sua classe dirigente.

Dinanzi ad una tragica gestione territoriale dell’emergenza, la risposta prodotta ricalca quella dell’eterno complotto, del “clima avvelenato anti-lombardo”, del “piove governo ladro”. Eppure una seria analisi su quello che per anni è stato spacciato come il miglior sistema sanitario d’Italia andrebbe fatta, anche perché essendo l’aria politica del governatore Fontana quella più accredita dai sondaggi a guidare il paese, esso potrebbe presto diventare il modello nazionale.

Per onestà intellettuale, prima di una qualsiasi riflessione in tal senso, va ricordato l’impatto che ha subito la Lombardia col virus, questo però non può, e non deve, nemmeno diventare un alibi, altrimenti il rischio di mettere la testa sotto la sabbia e ritrovarsi in tali, o addirittura peggiori, condizioni in futuro è concreto.

Se su base nazionale la sanità pubblica ha subito negli ultimi decenni un progressivo indebolimento frutto dei vari tagli al settore, il modello lombardo si è indirizzato verso un progressivo abbandono dell’assistenza territoriale e la privatizzazione selvaggia del comprato. In questo i numeri sono impietosi: 40 anni fa la Lombardia vantava 530mila posti letto contro i 215 mila attuali e 642 USL (unità sanitaria locale) contro le 97 odierni. Un dato che fa fronte col circa 40% delle risorse dirottate verso il comparto privato.

Tale visione che si ritrova pienamente nelle parole dell’ex sottosegretario della Lega GiorgettiChi ci va più dal medico di base? È finita quella roba lì”. Proprio la debolezza di “quella roba lì” ha influito negativamente nel contenimento del virus, in quanto, con lo smantellamento della rete territoriale che avrebbe dovuto farsi carico in prima istanza dei malati, come denunciato dai medici lombardi, gli stessi hanno visto nei pronto soccorso i presidi prossimi che, travolti, si sono trasformati in luoghi di contagio anziché prevenzione.

Tale carenza ha inciso nella cosiddetta strage delle RSA, che con la direttiva regionale dell’8 marzo che ha posto i pazienti positivi nelle case di riposo, senza una valutazione dei rischi né di un monitoraggio del personale, ha generato quella che gli inquirenti definiscono un’ecatombe.

Il tutto poi si è scontrato con una narrazione sconcertante della gestione dell’emergenza, in cui si è scelti in un primo momento una politica negazionista “il virus non è pericoloso, bisogna aprire tutto”, un’altra sullo scarico di responsabilità quando non si è istituita la zona rossa di Nembro e Alzano Lombardo, fino a quella impostata sulla propaganda il cui monumento è l’ospedale del taumaturgo Bertolaso, panacea di tutti i mali.

Temo, che come quasi tutto in Italia, si finirà a “tarallucci e vino”. E sarebbe un grave errore, perché da un lato non siamo fuori dall’emergenza, con il rischio di un ritorno forte del virus in inverno, dall’altro, strutturalmente, c’è l’opportunità di ripensare a una visione politica della sanità che si è rivelata fallimentare.

Mettere in evidenza tutto ciò non è speculare sui morti, anzi, il solo paragonare ciò è uno sciacallaggio bestiale, e la caciara politica nazionale che ha investito Ricciardi ne è una dimostrazione. Gli errori della classe dirigente lombarda sono abnormi e hanno generato effetti a catena che hanno portato al collasso del sistema sanitario regionale, e non solo. Un’analisi è essenziale, il conoscere e riconoscere gli errori altrettanto, altrimenti questi mesi di reclusione in casa saranno l’ennesima occasione persa, perché errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

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