Condannato a morte a 22 anni per una canzone, l’assurda vicenda di Yahaya Sharif-Aminu

È bastata una canzone fatta girare su WhatsApp per far condannare a morte per impiccagione Yahaya Sharif-Aminu, un ragazzo di 22 anni accusato di blasfemia dall’Alta corte della Shari’a. La vicenda si svolge nel nord della Nigeria, nello Stato di Kano, che rientra tra i 12 dei 36 stati che compongono la Repubblica Federale dove la Sharia’a viene applicata parallelamente alla normale legislazione statale.

La serie di eventi che porterà alla condanna inizia nel febbraio 2020 quando Yahaya compone un brano in cui esprime ammirazione per un imam della confraternita musulmana di Tijaniya, originaria del Senegal, elogi che lascerebbero intuire una considerazione superiore a quella del profeta Maometto. Paragonandola alla nostra realtà sarebbe come condannare una persone perché loda talmente tanto il vescovo della diocesi accanto da far sospettare un apprezzamento superiore a quello per San Pietro!

Il contenuto diventa virale facendo iniziare una serie di violenze e rappresaglie fino all’aggressione organizzata di un gruppo di facinorosi che dopo aver distrutto la porta d’ingresso della sua abitazione, incendierà l’intera casa costringendo la famiglia alla fuga. Dopo il vile atto, in cui nessuno degli aggressori ha subito conseguenze legali, il gruppo si è recato dalla polizia di Kano chiedendo la condanna per il cantante portando a supporto anche una serie di presunti audio ritenuti “blasfemi verso il profeta”. Yahaya viene arrestato a marzo.

Il 10 agosto viene citato in giudizio dinanzi all’Alta corte della Shari’a e condannato a morte per impiccagione.

La sentenza, non ancora eseguita, ha portato personaggi influenti e leader religiosi a far pressione affinché sia compiuta il prima possibile e lo stesso governatore dello stato di Kano, il 27 agosto con una nota sul portale ufficiale dell’ente, ha affermato che non avrebbe esitato a firmare il mandato di esecuzione. Idris Ibrahim, a capo della protesta, ha dichiarato alla Bbc che questa punizione “servirà da deterrente per chiunque pensi di poter insultare la nostra religione o il Profeta“.

Ad oggi una speranza per la vita di Yahaya rimane nell’appello, anche grazie mobilitazione di avvocati e attivisti per i diritti umani che hanno sollevato una serie di abusi circa l’equità del processo, così come sulla formulazione delle accuse, soprattutto alla luce del fatto che sia prima che durante il processo non c’è stata alcuna rappresentanza legale.

Dal punto di vista internazionale, il Patto sui diritti civili a cui la Nigeria ha aderito, può rappresentare un’ulteriore speranza in quanto limita il ricorso alla pena capitale solo per i “reati più gravi” come l’omicidio internazione. Karima Bennoune, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti culturali, ha sostenuto che l’applicazione della pena di morte “per espressione artistica o per la condivisione di una canzone su Internet è una flagrante violazione della legge internazionale sui diritti umani, così come della Costituzione della Nigeria”, invitando le autorità nigeriane ad adottare “misure efficaci per proteggere Sharif-Aminu sia durante la detenzione che dopo il suo rilascio”.

Amnesty International, che dal primo istante ha seguito la vicenda portandola all’attenzione della comunità internazionale, ha lanciato sul suo sito una petizione per chiedere l’annullamento della condanna, che può essere firmato cliccando sul banner qui sotto.

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