Cosa è successo nel MoVimento 5 Stelle?

Da quando esiste, è stata annunciata la fine del M5S talmente tante volte da confermare l’adagio “fine desiderata non arriva mai”. Puntualmente ad ogni elezioni dove il risultato era considerato inferiore alle aspettative partivano le campane, i necrologi con tanto di retorica sulla debolezza del partito liquido. Un errore che si è ripetuto per i primi dieci anni nell’analizzare il movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio e che non considerava due fattori essenziali: la fortissima trazione ideologica e una solida base territoriale. Almeno per i primi dieci anni.

Appena passato l’undicesimo compleanno e con l’inizio del dodicesimo anno di vita è lapalissiano costatare una mutazione genetica che ha subito questo progetto, soprattutto negli ultimi due anni. Certo si dirà che una cosa è protestare e un’altra è governare e che quindi è naturale adeguarsi ad un certo animo istituzionalizzato, e questo ci può stare, anche perché quando le istituzioni sono state utilizzate come ufficio di propaganda si è finiti con lo spostare il Ministero dell’Interno al Papeete. Ma è sempre stato questo l’obbiettivo? Il governo equivale alla rivoluzione?

Non si tratta di considerare le leggi approvate o le cose fatte, ogni Governo bene o male può presentare ai cittadini e ai propri lettori una serie di provvedimenti che possono piacere o meno, questo poi risponde alla propria idea di mondo, ma si pone un quesito più strutturale che si mischia all’essenza della struttura sociale del nostro paese. Un paese che negli anni ha lentamente perso ogni speranza e pronto, di volta in volta, ad acclamare il Masaniello di turno che gli promette di poter trasformare l’acqua in vino, per poi abbandonarlo quando arriva quello successivo che gli promette champagne.

Nonostante il drastico calo di voti, il M5S rappresenta ancora il primo partito in parlamento e l’espressione politica di una larga fetta di popolazione, e proprio per questo le parole di Di Battista prima, e Casaleggio poi, sono sostanziali non solo per la compagine politica in se ma per l’intera manifestazione democratica del paese. Una sua dissipazione significherebbe la perdita di una voce univoca in un panorama politico pluralistico che potrebbe alimentare ancor di più quella disillusione generale da accrescere il potere dei veri carnefici sociali e dei seminatori d’odio.

Ciò che non mi sarei mai aspettato è la reazione di chi dentro al palazzo ha ricevuto un input su cui almeno c’era ragionare. È come se per la prima volta si fosse plasticamente palesata la debolezza politica di chi adesso rappresenta istituzionalmente il movimento, anteponendo una visione più governista che si protegge in una bolla di autoreferenzialità, piuttosto che rendersi conto che magari c’è qualcosa non va. E che ci sia qualcosa che non vada è normale, dopo tanti anni con una crescita così veloce è fisiologico così come l’impressione che le forze siano progressivamente scemate, basterebbe però ammetterlo (come fa il PD da anni) eseguendo però anche il passo successivo, cioè quello della risoluzione dei problemi, senza innescare una inutile e dannosa per il paese guerra civile interna.

Il movimento di undici anni fa trovò allora forza e consenso attraverso parole nuove, riportando al centro del dibattito politico, tematiche che gli altri partiti avevano dimenticato o accantonato. Negli anni quelle parole d’ordine si sono confuse, stravolte da una comunicazione che si è mangiata la politica e la logica quotidiana rendendo irriconoscibile il significato originale di ogni battaglia. Quella che era la partitocrazia ha riacquistato forza, anzi sembra apparentemente rinnovata ed attraente nonostante dietro siano sempre gli stessi nomi che nel 2011 portarono il paese sull’orlo del fallimento.

Essendo un amante del pluralismo politico e fermo oppositore di un bipolarismo che soffoca le istanze territoriali per un “obbiettivo superiore”, considero un male la scomparsa di un terzo polo alternativo al classico schieramento destra-sinistra, qualsiasi nome esso possa avere, per questo auspico un ritorno ideale di tematiche che nell’ultimo periodo si sono sacrificate sull’altare della politica del consenso, ridando dignità ai territori, alle persone e alle loro idee fornendo tutti gli strumenti di una partecipazione reale e attiva.

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