Diario dalla zona arancione – giorno 70: ritorno alla “normalità” [fine]

Scrivo l’ultima pagina di questo diario virtuale a notte inoltrata, ho voluto godermi fino all’ultimo secondo di questa giornata. Riabbracciare affetti lontani, rivedere persone care, godermi il sole camminando sotto il cielo notturno. Ritrovare una parvenza di normalità.

È certamente il sentore di una giornata arrivata dopo settimane di standby, ma atti semplici come sedersi sulla poltrona di un barbiere o il passare da un comune all’altro senza autocertificazione, è stato liberatorio. Certo non è tutto “come prima”, in ogni ufficio varcato durante la giornata controllo della temperatura, amuchina e guanti sono divenuti la normalità. Così come quella mascherina asfissiante con questo caldo. Ma al momento è essenziale per il quieto vivere.

Se ripenso agli ultimi settanta giorni ancora, non riesco ancora a dargli una giusta dimensione. Personalmente mi sono serviti per rivalutare aspetti della mia esistenza, definire quali sono le priorità e rivedere gli obiettivi da raggiungere. Ho riscoperto una certa dimensione famigliare, la sua importanza, l’importanza della scrittura per abbattere barriere e confini, il valore dell’umanità come unico argine a un’esistenza emotivamente apatica.

Questi giorni, con questo mezzo, sono stato in grado di mettermi in contatto con voi. Questo piccolo blog appena nato ha raggiunto numeri incredibile. E di questo vi ringrazio perché mi sono sentito meno solo. Un po’ mi mancherà, lo stare qui a pigiare questi tasti riguardando il film della giornata.

Di tutto questo periodo mi mancherà quel clima di fratellanza, i balconi pieni di voci e bandiere, il riscoprirsi figli di un’unica umanità, della natura. Purtroppo questa fase, così come le buone intenzioni, è stata spazzata via come se nulla fosse dalla realtà. I fiumi e i cieli sono ritornati tetri d’inquinamento, così come il nostro sentire.

Certo, è un momento difficile e sicuramente peggiorerà, e in questo bivio che vivremo dovremo scegliere dove e con chi stare. Se usare quei balconi e quelle voci per creare un nuovo paradigma di umanità, o blindarli per difendere quelle poche certezza appesantendo la struttura fino a farla crollare.

Non sarà semplice, ma dobbiamo farcela. Dobbiamo tenere a mente l’immagine dei camion dei militari con le salme, le oltre 30mils vittime, quell’urlo di dolore e sofferenza stampato sulle facce con la forma delle mascherina dei medici. Pensando a tale sacrificio dobbiamo trovare la forza per farcela, e non ritornare come prima, così come pensare a quei cari verso cui basta allargare le braccia per trovarli.

Vi ringrazio di tutto. Ciao.

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