Draghi non è idoneo a guidare l’Italia

Trovato l’ennesimo salvatore della patria in questi giorni gran parte del mondo dell’informazione è stato coinvolto in un opera di beatificazione e apologia dell’ex presidente della BCE da far impallidire l’istituto luce e il MinCulPop. Abbiamo scoperto che Draghi è una brava persona perché ha un bracco ungherese, che il busto di De Nicola sorrideva a quello di De Gasperi, che ogni mattina compra 8 giornali, che ha passione per il running partecipando ben quattro volte alla Roma-Ostia e che ama la pasta ai ricci sul porto di Sciacca; questo ovviamente senza dimenticare l’importante frequentazione scolastica con Magalli e il fatto che lui non fosse uno spione.

Ora, tralasciando l’aspetto grottesco e folkloristico che gli hanno affibbiato credendo di fargli un favore, o semplicemente per salire sul cargo del vincitore, i titoli e il curriculum di Draghi non sono in discussione e parlano per lui. Laurea in economia, direttore generale del Ministero del Tesoro, governatore della Banca d’Italia, presidente della BCE per 8 anni e incarichi nella Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo con una breve capatina a Goldman Sachs. In poche parole un uomo tutto banca e chiesa.

L’inidoneità nel ricoprire un eventuale ruolo di Presidente del Consiglio è suggerito da molteplici fattori che potenzialmente potrebbero creare una situazione socialmente instabile. L’aspetto più banale e immediato concerne il quadro politico-istituzionale: l’Italia è una repubblica parlamentare ergo comanda il Parlamento. In questi anni siamo stati talmente assuefatti ad un eccesso nell’uso di decreti legge, della fiducia e a causa della pandemia dei DPCM da credere che il potere legislativo fosse in capo all’esecutivo; concretamente più ci avvicineremo alle elezioni politiche del 2023 più l’ interesse dei partiti che comporranno l’accozzaglia di governo porterà a un bombardando propagandistico dell’operato di Draghi che si ritroverà a nella stessa condizione del governo Monti durante gli ultimi mesi.

Inoltre se analizziamo gli eventi avvenuti durante gli incarichi pubblici di Draghi sovviene più di un timore, facendolo apparire come il perfetto dirigente d’azienda che riesce a far quadrare i conti, arricchire i proprietari e rendere felici gli azionisti spostando tutto il peso sulla manodopera.

Andando in ordine cronologico, la stagione delle privatizzazioni e della svendita del patrimonio pubblico italiano ha avuto inizio quando lui era direttore del Tesoro, un periodo che ha decretato la perdita di sovranità per asset strategici come ad esempio l’energia e le telecomunicazioni e ha generato un danno economico per la collettività a seguito di un aumento delle tariffe superiore alla media europea e per i mancati investimenti strutturali, così come attestato da un documento della corte dei conti del 10 febbraio 2010. Inoltre sempre in quegli anni ci fu lo sciagurato accordo del dipartimento che guidava con Morgan Stanley che grazie a una clausola vessatoria permetteva la sottoscrizione unilaterale di derivati che nel 2011 fece sborsare all’Italia 3 miliardi di interessi sui titoli.

Risale invece agli anni della sua presidenza alla Banca d’Italia l’acquisto da parte del Monte dei Paschi di Siena per 9 miliardi di Antonveneta, un’operazione che avrebbe messo in seria difficoltà negli anni avvenire l’istituto senese e che inspiegabilmente fu approvata nonostante pochi mesi prima, come comprovato da documenti depositati nel 2015 alla Procura di Roma, la banca padovana non aveva superato l’ispezione dell’istituto guidato da Draghi.

Invece negli anni alla BCE viene ricordato per il “whatever it takes”, il qualunque costo che non è una citazione di Avengers Endgame, senza menzionare che non era rivolto ai popoli europei ma alla moneta, infatti continuava con “to save euro”. Quindi ripetendo, un ottimo dirigente che è riuscito nel suo intento ma che per molti cittadini ha significato lacrime e sangue, come sanno bene i greci con l’intervento della Troika o noi italiani con la famosa lettera cofirmata con Trichet che chiedeva misure di macelleria sociale quali il taglio della spesa pubblica, delle pensioni o degli stipendi nell’impiego pubblico e che ha portato al dramma degli esodati, all’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio e al blocco per anni della spesa per gli enti locali.

Altro aspetto allarmante è il documento pubblicato lo scorso 14 dicembre e che rappresenta un vero e proprio programma politico per l’economia post-COVID: riduzione del sostegno alle imprese, collaborazione col settore privato, investimento in equity e quasi-equity delle imprese e modifica della legge fallimentare (trovate il testo qui). Un nuovo ordine economico che finirebbe per colpire la classa operaia accentuando l’accumulo di ricchezze in poche mani, la consacrazione di un sistema in cui l’economia e il capitale legittima il suo primato sulla dimensione umana, un modello valoriale in cui potremmo essere costretti a scegliere tra la salvaguardia dell’Italia intesa come azienda con la riduzione dei diritti sociali o il benessere dei cittadini. Una preferenza che in altri periodi sarebbe scontata ma che in questo diventa ombrosa.

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