Fase 1.5 – Italia socchiusa

Rivestire un ruolo di responsabilità, specialmente se esposti, porta automaticamente ad essere soggetti ad onori così come critiche. Questo in particolar modo se sei il Presidente del Consiglio durante una crisi sanitaria così drammatica. È uno dei compiti più ardui a cui è chiamato un uomo di Stato, ma ciò non rappresenta un condono tombale su ogni atto.

In queste settimane, in più occasioni, mi sono ritrovato ad esprimere parole di apprezzamento sull’operato del premier Conte, sul suo approccio comunicativo nel tenere salde le redini di un paese impaurito. Così che quando ci fu quel chiarimento sulle affermazioni di Salvini e Meloni sul MES per cui fu attaccato, lo difesi a spada tratta, e continuerò a farlo, perché in questo momento il suo compito è anche quello di collante nazionale.

Proprio per questo suo gravoso compito è doveroso rimarcare la disastrosa conferenza stampa di ieri sera. Lì dove doveva esserci fermezza ci sono stati dubbi, lì dove doveva esserci chiarezza ci sono state ombre, lì dove doveva esserci fiducia c’è stata insicurezza. Un atteggiamento che a sua volta trasuda dal nuovo DPCM della FASE 1.5 poiché definirla FASE 2 è un offesa all’intelligenza (non che mi aspettassi  un “tana liberi tutti” ma nemmeno un rinvio decisionale di altre due settimane).

Restano in vigore le limitazioni sugli spostamenti personali, salvo gli già previsti per lavoro, salute e necessità con l’aggiunta però di quelli verso i congiunti (genitori, nonni, figli, zii). Un concetto che rispolvera modelli secolarizzati dell’assetto sociale, che non tengono conto delle situazioni de-facto andatosi a sviluppare negli ultimi decenni. Coppie di fatto, relazioni “non domiciliate” o semplicemente un unione non formalizzata. Ci sono legami affettivi che vanno ben al di là del grado di parentela e che sono essenziali per la tenuta emotiva e psicologica comune.

Una non attenzione della saluta emotiva, che messa in correlazione con le misure che riguardano il mondo del lavoro, danno una visione plasticamente utilitaristica dell’individuo al fine della produzione del profitto. Cosa rimarcata nella consapevolezza che essa farà riaumentare i contagi, della serie “rischia di ammalarti ma genera soldi”.  Una visione che poi si differenzia nella concretizzazione dal tipo di grandezza industriale, con le grandi aziende certamente più in grado di garantire determinati standard e le piccole ancor più schiacciate da adempimenti che si traducono in burocrazia. Di fatto avremo ancora una volta lavoratori di serie A e lavoratori di serie B.

Un passaggio, non particolarmente felice della conferenza stampa di ieri, riguarda un passaggio sulla possibile rabbia sociale. Parliamoci chiaro, era un chiaro riferimento ai due stavolta senza fare nomi e cognomi, però allo stesso tempo la sensazione trasmessa è stata quella di un ammonimento quasi a voler stemperare le sacrosante rivendicazioni popolari. Cosa che chi rappresenta in quel momento il potere NON PUÒ e NON DEVE MAI FARE.

Intanto sono scomparsi i tamponi e i test rapidi, l’APP “Immuni” e le misure differenziate per territorio e per contesti  sociali. Così come una chiara posizione sul mondo scolastico, e in particolar modo quello universitario.

 Viene ancora una volta demandato ai vari atenei  l’organizzazione e le modalità di strutturazione delle attività curriculari creando una discrepanza ancora maggiore tra i gli stessi, con gli studenti che perdono intere sessioni di esami, non sapendo quando e se verranno recuperate e se l’anno accademico finirà alla scadenza prestabilita. Quest’ultimo aspetto è importante per gli studenti all’ultimo anno perché l’andar fuori corso può portare a un maggior esborso economico così come la perdita di punti di merito in fase di seduta di laurea.

Altro aspetto problematico del nuovo DPCM (che rimarca i precedenti) è il troppo potere dato agli enti locali e in particolare modo ai comuni, aspetto che in un mondo ideale, utopico, sarebbe perfetto ma in Italia si scontra con una classe politica locale non sempre all’altezza. E le ultime settimane ne sono una riprova, con alcuni amministratori che hanno utilizzato il loro ruolo e i poteri per farsi difatti una campagna elettorale, in alcuni casi creare un culto della personalità. Forse in questo poteva essere rafforzato il ruolo dei vari prefetti territoriali.

Come ho detto nell’incipit non è facile gestire questa situazione, e come siamo un popolo di allenatori lo siamo altrettanto come Primi Ministri. Conte finora si è tutto sommato comportato bene, ma ieri no. Complice la stanchezza, plasticamente evidente, ha commesso una serie di errori comunicativi che hanno ampliato un clima d’incertezza. Gli italiani hanno accettato il lockdown senza battere ciglio ma adesso esigono risposte chiare che ieri in un’ora di conferenza stampa non sono arrivate. Questa che è la fase più delicata per il governo che deve fare particolarmente attenzione perchè la fiducia la si può perdere con la stessa velocità con cui è stata ottenuta

La verità, e va detta, è che non si è fatto abbastanza per preparare la fase due. Né il governo né le task force ne sono stati valenti, con il Parlamento incapace di produrre proposte concrete con la maggioranza inerme a ricoprire il ruolo di passacarte e l’opposizione complice a fare propaganda. E così la fase due non arriva.

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