La Turchia esce dalla convenzione di Istanbul: continua lo smantellamento dei diritti umani

Nel 2020 sono stati circa 300 i femminicidi scoperti e denunciati in Turchia, 71 da inizio anno. Una recrudescenza che subisce in queste ore un avvallo politico con la decisione del governo guidato da Erdoğan di uscire dalla convenzione di Istanbul contro la violenza di genere.

Un continuo attacco ai diritti civili che in questi giorni ha subito un’accelerazione con una serie di provvedimenti dispotici come la privazione del seggio parlamentare all’attivista per i diritti umani Ömer Faruk, la richiesta di chiusura del partito di sinistra e filo-curdo HDP e l’arresto del presidente della più importante ONG del paese Öztürk Türkdogan. Stamattina il ritiro dalla convenzione.

La cosa che dovrebbe far sconcertare, ma che in realtà è in linea con una regressione valoriale che sta subendo il paese, sono le motivazioni addotte: la difesa dell’unità famigliare contro il divorzio e la comunità LGBT.  Della serie “picchia tua moglie e non vorrà divorziare né accetterà figli gay”; un concetto che imbarazzerebbe anche il medioevo!

Ormai la cesura in quello che doveva essere il primo paese a maggioranza mussulmana a far parte dell’Unione e il mondo europeo appare ormai insanabile per i prossimi anni, anzi paradossalmente la debolezza del progetto comunitario e il poco appeal dello stesso ha spinto a un nazionalismo violento che, cibandosi della propria storia, ha portato all’esasperazione del sentimento religioso come via per la rinascita ottomana.

Adesso l’Europa che normalmente si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna con gran dignità, ha il dovere morale di dare una risposta netta partendo da quel concordato con la Turchia che proprio in questi giorni ha compiuto cinque anni. In questo lustro, con i migranti usati come arma di ricatto e non come persone, abbiamo buttato nelle case di Ankara 6,5miliardi di soldi dei contribuenti europei che non hanno fatto altro che rendere Erdoğan ancor più attore centrale senza risolvere la questione.

Se l’Unione non vuole essere complice ha la possibilità di incidere direttamente, sarebbe l’occasione per declarare la centralità della persona e della cultura illuminista nel precario progetto europeo.

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