L’anfiteatro di Pozzuoli, un gioiellino resiliente

Quando il 16 luglio le immagini dell’incendio che interessò l’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli iniziarono a circolare sui social mi sovvenne un groppo alla gola, subito si istillò la paura di un danno irrimediabile o peggio la perdita di un immenso patrimonio storico-culturale. Da un lato pensai “era prevedibile”, l’ultima volta che visitai il sito una guida ebbe a lamentarsi proprio di quella struttura di ferro e legno che gravava sugli spalti e della quasi totale indifferenza che avvolgeva il sito, dall’altro quel senso di frustrazione (ormai divenuto abitudine ogni qualvolta si parla della svalutazione culturale del nostro paese) si fece spazio.

Com’era possibile che il terzo anfiteatro per dimensioni potesse subire tutto ciò? Com’era possibile che ciò che non aveva intaccato lo scorrere del tempo potesse essere danneggiato dalla tracotanza umana?

Quando un mese dopo, a ferragosto, mi sono ritrovato a visitare alcuni siti dell’area flegrea, saputo della parziale riapertura, visitai quel gioiellino tra la gioia e lo stupore; per fortuna l’incendio era stato contenuto non intaccando più di tanto la struttura e nonostante i pezzi arsi delle tribune in mostra che ha comportato la chiusura dell’area superiore il sito continuava ad ergersi maestosa.

I sotterranei continuavano a restituire quel suggestivo gioco di luci ed ombre che si adagiano sulle colonne e sulle statue poste li dove un tempo le belve dimoravano prima dello scontro nell’arena. Restava la magia di un luogo capace di raccontare del sacro e del profano, di uno dei miracoli che la tradizione cattolica attribuisce a San Gennaro e delle migliaia di scontri che l’arena ha ospitato, lì dove la morte veniva accompagnata dagli applausi.

Mi auguro che adesso si possa trasformare un mancato disastro in opportunità intervenendo sul ripristino e rilancio del sito.

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