L’antipartenopeismo ricade su Maradona

Il paese dei sepolcri imbiancati si è preso momentaneamente una pausa. La morte di Maradona ha scatenato in queste ore una serie di attacchi, giudizi e meschinità che poco hanno a che vedere con la dimensione umana di un personaggio che ha cambiato la storia di Napoli. E qui il calcio c’entra poco.

La Napoli che si affacciò agli anni ’80 era una città tanto uguale quanto dissimile da quella attuale, da riprodurne l’eterna incompatibilità di una Capitale relegata al ruolo di capoluogo di regione. Pochi ricchi con troppi poveri su un territorio sfregiato da chi aveva messo le mani sulla città, la camorra iniziava la sua guerra e lo stigma del colera aveva incrementato la stanchezza sociale, fino alla mazzata finale del terremoto dell’Irpinia che in quei 90 secondi fece crollare ogni cosa. Napoli, un territorio che va oltre il recinto metropolitano, era in ginocchio.

Poi arrivò la scintilla; un moto d’orgoglio che quasi inaspettatamente diede la spinta al decennio dell’orgoglio partenopeo, della rinascita e del riscatto. Nacque un corpo che si compose della voce di Pino Daniele, della filosofia di Luciano De Crescenzo, dell’anima di Massimo Troisi e delle braccia di Bud Spencer, mancavano solo le gambe per correre e restare in piedi, ed arrivarono il 5 luglio 1984 col più napoletano degli argentini, che presentandosi adornato da una folta corona di riccioli, fece partire quel fragore che negli anni non ha mai smesso di inondare questi vicoli sognanti.

Il 25 novembre non è morto un calciatore, ma l’ultimo generale di quel movimento popolare che aveva ridato dignità ai napoletani e ai meridionali. Una figura avvertita contemporaneamente sia mitologica sia come un figlio, un fratello o un amico, anche senza conoscerlo; il dio umano di una città che annovera già 52 santi patroni!

L’espressione del dolore di questi giorni non è “il solito folklore”, come qualcuno ha tentato di relegare, ma necessità; è l’elaborazione di un lutto spirituale e il ringraziamento a un uomo che ha lottato dentro ma soprattutto fuori dal campo.

Ha incarnato la ribellione allo stereotipo dei terroni, dei falliti, dei “colerosi e terremotati che col sapone non si sono mai lavati”. Ad ogni gol chiudeva il becco ai razzisti che esponevano i cartelli “Benvenuti in Italia” o che non affittavano ai meridionali, ad ogni scudetto a coloro che definivano Napoli una città africana (come se poi ciò rappresentasse un offesa), ad ogni trionfo uno schiaffo a chi ormai dava la città già per persa.

Per questo gli stucchevoli, inutili e disgustosi attacchi alla sua persona sono un attacco a Napoli. Un odio traslato su una persona che ha vinto il recinto ideologico in cui si tenta di rinchiudere questo lembo di terra.

Non era perfetto e come ogni essere umano ha commesso i suoi errori ma la sua memoria non si merita quest’ultimo sfregio, soprattutto valutando che siamo quotidianamente circondati da nomi di strade, piazze o monumenti che richiamano personaggi di cui “il più pulito c’aveva la rogna”, e per chi si lamenta della copertura alla notizia in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, manco avesse scelto lui di morire questo giorno, ci tengo a ricordare sommessamente lo slogan che puntualmente inonda i social in occasione di questa celebrazione “non solo un giorno, ma tutto l’anno”.

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