L’antipolitica della politica

Da decenni nel dibattito pubblico e politico si aggira “lo spettro dell’antipolitica”, un’etichetta che adoperata troppo spesso come arma propagandistica finisce per definire coloro che sono contro il sistema o comunque non accettano le regole d’ingaggio della democrazia, di fatto escludendoli. Eppure, nell’attuale connotazione, i caratteri e i temi dell’antipolitica potrebbero rappresentare il fulcro di una nuova concezione della politica, poiché, superata la critica aristotelica sull’impossibilità dell’uomo di rinnegare e rinunciare alla stessa essendo uno zoon politicon (animale politico), restano un insieme di questioni che necessitano di essere analizzate.

Oggigiorno, istanze tacciate troppo rapidamente come populistiche e sacrificate sull’altare della realpolitik, hanno di fatto già riscritto il rapporto tra cittadinanza e rappresentanza pubblica creando una contrapposizione che non dovrebbe sussistere essendo quest’ultima la diretta estensione della prima. Ma dove nasce tutto questo?

Benché la figura del politico abbia da sempre attratto a sé il sospetto e la sfiducia, per comprendere come nel nostro paese si sia cementata l’attuale concezione di antipolitica è necessario ricordare ciò a lungo ci è stato presentato come politica e che nel contempo oltre a creare confusione, in molti, ha innescato una sorta di reazione.

Scendere in campo, come se si trattasse di una partita a calcetto, per affrontare una candidatura, è politica o antipolitica?
Stare in Parlamento per decenni mettendo in atto una politica trasformistica da destra a sinistra e viceversa, è politica o antipolitica?
Andare al Governo al grido di rinnovamento, rottamazione, tutti a casa, e riconfermare poi la vecchia nomenclatura facendola passare per nuova, è politica o antipolitica?
Riempirsi la bocca del nome di Falcone e Borsellino e poi trattare con le mafie per un pugno di voti è politica o antipolitica?
Usare il proprio ruolo da Ministro per fare propaganda sulla pelle degli ultimi è politica o antipolitica?
Distruggere la sanità lombarda e poi prendere un vitalizio è politica o antipolitica?
Parlare di “difesa della famiglia tradizionale” facendosi trovare poi con le braghe calate con minorenni d’Egitto, amanti o affini, è politica o antipolitica?
Farsi auto-interviste su Twitter, distruggere i giornalisti “non amici” ed evitare ogni confronto pubblico, è politica o antipolitica?
Creare un clima di tensione sociale, trovare un nemico da offrire alla ferocia della massa, è politica o antipolitica?

Il problema di queste domande in apparenza retoriche è la quantità abnorme di declinazioni che si possono avere alla luce dell’attuale quadro politico. Solo partendo dall’analisi delle cause si può riscrivere un rapporto con la politica riportando ogni aspetto alla giusta dimensione.

È essenziale rendere nuovamente la Politica un servizio e non un mestiere valorizzandone la qualità, poiché non sono importanti gli anni o i mandati ma il come si è onorevoli. Così allo stesso modo è necessario rimarcare come la Politica sia la difesa del dissenso e delle istanze delle minoranze, giacché le maggioranze già sono tutelate, tanto quanto il riportare al centro la ricerca di una convivenza nel benessere e nella concordia dei cittadini senza la perpetrazione delle divisioni e delle guerre sociali solo per le ambizioni personali. È indispensabile affermare che governare non è comandare, così come l’essenza del principio di responsabilità arrivando anche a fare un passe indietro per la salvaguardia dell’onorabilità delle istituzioni.

Il problema della percezione sociale va oltre la definizione di una semplice etichetta, è intrinseco nella tenuta della stessa siccome si rischia di far perdere i confini tra ciò che garantisce un sistema democratico e ciò che una deviazione della politica fa osteggiare, arrivando, dopo un periodo di apatia, a chiederne una revisione in chiave reazionaria. È una lezione che la storia ci ha già dato.

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