L’esasperazione del “Politically Correct”

Ogni generazione è figlia del suo tempo; vive, cresce e muta col trasformarsi dell’ambiente in cui esistente, contribuendo allo stesso. L’ultimo secolo, contrassegnato da una forte evoluzione antropologica, ha portato alla genesi di filoni di pensiero che se da un lato rappresentano il culmine di un percorso della storia umana con un cambio di prospettiva verso un riconoscimento universale, dall’altro ha generato una variante fortemente repressiva che degenera nella riscrittura o addirittura cancellazione del passato.

Il problema di questa variante è che rischia di far percepire il superamento di ogni barriera formale e sostanziale del vivere civile come un’imposizione ideologica, favorendo così una polarizzazione con la conseguente esasperazione di chi vi si oppone col “politicamente scorretto”. Un concetto per essere assorbito deve maturare nell’educazione e nella comprensione del potere che può avere, ma se manca tale base è come seminare in un deserto sperando che da esso a un certo punto nascano frutti; anzi, ostinandosi, a un certo punto si rischia che tutti gli attrezzi e i mezzi adoperati possano finirci addosso con una tempesta di sabbia.

Il soffermarsi su un termine, che è la manifestazione ultima di un processo più ampio, è sperare che una casa non crolli concentrandosi sulla costruzione di un tetto solido. Parole come ne*ro o fr*cio che trovano la propria forza discriminatoria sul percorso storico-culturale che le ha formate, benché siano state giustamente bandite dal dibattito pubblico (o almeno così dovrebbe) ciò non ha modificato la matrice razziale e omofobica, anzi paradossalmente il vietarle le ha fornite di una nuova forza e addirittura valenza politica.

Se ad oggi l’essere politicamente scorretto è per una buona parte di popolazione quasi un vanto, una ribellione al sistema, è perché di fatto oltre ad essere saltate le condizioni sociali per colmare le lacune della storia è venuta meno la volontà di educare ed essere educati all’universalità della dimensione umana. C’è un accentramento di dogmi e formule scritte da altri.

In questo non aiuta il fenomeno della cancel culture, quella per cui Grease deve essere censurato perchè “razzista, omofobo, sessista e incita allo stupro”, Trump deve essere tagliato da Home Alone 2 o alcune statue devono essere abbattute. Purtroppo rimuovere il passato non elimina ciò che è stato o ciò che le persone hanno subito nella vita reale mentre erano girati quei film, scritte canzoni o costruiti monumenti, anzi avere uno specchio su quegli anni da contrapporre al nostro presente può rappresentare un monito per non ripetere quegli orrori, oltre a valutare lo stato di maturità della nostra società.

Giudicare con gli occhi del presente opere e personalità del passato, ci porta inevitabilmente a condannare tutto ciò che è stato. Caravaggio un assassino, Socrate un pedofilo e gli imperatori dei coloni, eppure sarebbe assurdo anche solo pensare di bruciare le loro opere o radere al suolo ogni traccia dell’impero romano. Tutto ciò deve essere superato dalla consapevolezza risultato dell’educazione e di una buona formazione culturale, altrimenti si entra in un loop per cui il “nemico” del mio nemico diventa un simbolo da seguire così come il comportamento che osteggia.

È la coscienza del contesto che ci fornisce la libertà, altrimenti la parola che verrà sostituita perché “sporca” subirà col tempo lo stesso processo così come una rivalutazione o nuove condanne postume di un passato che, benché non ci appartenga, ha formato ciò che siamo.

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