L’importanza dei gesti simbolici

La nostra vita straripa di simboli, gesti ed atteggiamenti che entrati a far parte della quotidianità hanno assunto una forma, un peso e un significato; abbracciamo chi è afflitto per consolarlo, stringiamo la mano con enfasi per dimostrare sicurezza o usiamo il lei (a Napoli il voi) per deferenza. A scuola ci viene insegnato ad alzarci all’entrata dell’insegnante, così come in chiesa riproduciamo una serie di allegorie per rimarcare la sacralità della religione.

In questo lo sport non è esente, anzi è intriso di gesti che, tra lo scaramantico e il religioso, sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo, da Kakà che indicava il cielo dopo ogni gol a Cruijff che dava uno schiaffo sullo stomaco del proprio portiere e sputava la cicca nella metà campo avversaria; altri, organizzati o spontanei, sono diventati simboli per la lotta dei diritti umani.

Nel 1976 Panatta e Bertolucci indossarono nella finale Davis in Cile la maglia rossa come protesta contro il dittatore Pinochet, nel 1936 alle Olimpiadi di Berlino il tedesco Long fece vincere lo sport contro le degenerazioni razziali di Hitler con un semplice abbraccio e un sorriso al “rivaleOwens, nel 1968 alle Olimpiadi di Città del Messico Tommy Smith e John Carlos con quel pugno al cielo protestarono contro ogni discriminazione e guerra.

Proprio pensando alla potenza di questi ultimi gesti, questi simboli, trovo assurda la discussione che si sta sviluppando sulla necessità di inginocchiarsi o meno contro il razzismo prima di ogni partita degli europei. Il potere sociale che hanno quei ventidue giocatori che corrono appresso a un pallone è immenso, tant’è che un commento di pochi secondi di Cristiano Ronaldo contro la Coca Cola ha causato un contraccolpo per il titolo.

Proprio per questo il calcio non può rimanere indifferente a quello che si sta verificando nel mondo, alla recrudescenza razziale, all’esaltazione dell’odio e dell’intolleranza temendo di “immischiarsi nella politica”. Il razzismo non è e mai potrà essere un’idea politica, così come l’omofobia, la misoginia o l’abilismo. Prima di quei 90 minuti, quando capita che lo stadio si ammutolisce per quei 60 secondi di silenzio, quando viene posto il lutto al braccio o quando la mano è stretta sul petto durante l’inno, si crea una sacralità dove la politica non trova spazio ma viene esaltata la dimensione umana e la lotta al razzismo è la difesa della dimensione umana.

I gesti servono, sia nella quotidianità che nello sport. Spero che la nazionale faccia la scelta  giusta perché “se ti mantieni neutrale in situazioni d’ingiustizia, hai scelto di stare dalla parte dell’oppressore”.

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