L’isterismo al tempo del coronavirus

Il COVID-19, comunemente chiamato coronavirus, si sta incidentalmente rivelando un incredibile stress test per la civiltà occidentale. Test grossolanamente fallito che nello specifico italiano si è arricchito di una buona dose di ansietà, approssimazione e folklore.

Tutto ciò che si riassume in un isterismo atavico, trova una sua possibile spiegazione nel vuoto politico ed informativo che da decenni vive l’Italia. Badate bene, non mi riferisco ad una semplice mancanza di personalismi, perché di questi forse ne abbiamo anche in eccedenza, ma ad un’assenza di obbiettivi ed obiettività.

Infatti, tra scaramucce politiche per difendere o conquistare voti, titoli sensazionalistici per avere qualche click ed introito pubblicitario, in ordine, la percezione è stata: prima di fermezza, poi di panico, seguito dall’idea di una imminente apocalisse fino a giungere al vano e fantasioso tentativo di provare a spegnere l’incendio con una birra quando ormai i mercati erano andati, all’estero eravamo diventati una barzelletta e l’amuchina produceva più introiti della Apple!

Un baldanzoso istinto di sopravvivenza che ci ha portato ad assalire negozi manco fosse il Black Friday, iniziare a diffidare del prossimo manco fosse uno juventino a Napoli, degenerando nella totale bestialità di qualche poveretto scagliatosi fisicamente contro chiunque fosse asiatico.

Proprio questi ultimi hanno calato il velo su quel fondo di parvenza che eravamo convinti di avere, facendoci ripiombare in una pestilenza senza alcun Decamerone ad allietarci l’anima.

Anzi, proprio coloro che dovevano mantenere le redini e rassicurare chi li ha delegati a rappresentarli, hanno solleticato la paura indossando una mascherina che manco Myss Keta o sono caduti nei peggiori discorsi da bar anni ’80 con la storia dei cinesi che si mangiano i topi vivi. Il tutto mentre qualcuno pensava eroticamente all’uomo forte!

Più che di una figura del genere, evocata anche ieri ad “Otto e mezzo” da un Giletti in overdose da luoghi comuni, servirebbero idee stabili. Per non parlare degli esperti da strada passati in poco tempo dall’essere politologi del medioriente, esperti caroni sanremesi ed oggi virologi. In tal senso a riequilibrare la bilancia del buonsenso ci ha pensato Jürgen Klopp, allenatore del Liverpool, in conferenza stampa asserendo: “una cosa che non mi piace è che su una faccenda molto seria come il coronavirus l’opinione di un allenatore sia importante. Le persone che ne sanno dovrebbero dire cosa fare. Perché io? Ho un cappellino da baseball, la barba fatta male: la mia opinione non conta“.

Che questo periodo faccia paura è lapalissiano, ma lo è altrettanto la certezza che passerà. Allora avremo un’ulteriore opportunità per dare un senso a questo stress test, altrimenti tutto scorrerà dando alla paura la pienezza della ragione senza che essa possa attecchire una base per il futuro.

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