“Mussolini ha fatto anche cose buone”, a sua insaputa!

Ciclicamente in Italia si riapre la discussione inerente al ventennio nero tra apologeti, nostalgici e chi utilizza la pagina più buia del secolo scorso come vessillo politico. L’impatto emotivo accompagnato da un certo cinismo e trasformismo socio-politico italiano, ha impedito nei decenni un’analisi distaccata di quegli anni producendo oggi la confusione tra propaganda e realtà storica.

Benché una ricerca storica oggettiva sarà sempre influenzata dalla soggettiva inclinazione nell’approccio alla tematica, così come alle fonti da cui si attingerà, è altresì possibile analizzare e sviscerare alcuni falsi miti divenuti fatti certi nella opinione generale, rifacendoci alle fonti legislative e alle cronache dell’epoca.

QUANDO C’ERA LVI I TRENI ARRIVAVANO IN ORARIO

Il mantra più diffuso sul fascismo vede sotto il regime i treni arrivare in orario. Il primo a smentire tale storia fu il giornalista George Seldes che nel 1936 scrisse “è vero la maggioranza degli espressi su cui salgono i turisti stranieri, sono in genere in orario, ma sulle linee minori i ritardi sono frequenti“; sempre nello stesso anno anche la storica e giornalista Elisabeth Wiskemann riportò “ho preso molte volte il treno e spesso sono arrivata in ritardo“. Lo storico Denis Mack Smith sostenne che la puntualità dei treni durante il periodo fascista è uno dei “miti accettati del fascismo“, ma, in effetti, tra le due guerre l’Italia fruiva una rete ferroviaria inadeguata e arretrata.

IL FASCISMO HA DATO LA PENSIONE AGLI ITALIANI

Un’altra vulgata è quella che vede il fascismo come fautore della previdenza sociale, quando in realtà la stessa nacque nel 1898 sotto il governo Pelloux, quando Mussolini aveva solo quindici anni, con l’istituzione della “Cassa nazionale di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”; nel 1933, sotto il regime fascista, fu semplicemente rinominata INFPS (nel ’43 INPS), adeguandola al tasso d’inflazione del periodo e al mutamento della condizione di vita degli italiani. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969 sotto il governo Rumor, quando Mussolini e il regime fascista erano morti da 24 anni.

Sempre sul tema previdenziale, un’altra inesattezza vede Mussolini come fautore dell’indennità di malattia, in realtà la stessa è stata istituita nel 1947 con decreto legislativo del capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola. Nel 1968 (governo Moro con ratifica sotto governo Leone) sarà poi estesa a tutti i lavoratori, anche coloro che operavano nel settore privato e nel 1978 (governo Andreotti), verrà estesa, oltre che l’indennità retributiva in caso di malattia, anche il diritto all’assistenza medica con la costituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

MUSSOLINI HA DATO LA CASSA INTEGRAZIONE E LA TREDICISIMA A TUTTI I LAVORATORI

Durante i 23 anni di durata del regime sono lampanti le inevitabili innovazioni legislative prodotte sul tema del lavoro, anche per l’evoluzione sociale e lo sviluppo dell’industria iniziata a fine del XIX secolo, ma anche qui la vulgata ha preso il sopravvento sulla realtà legislativa attribuendogli il merito di aver istituito la cassa d’integrazione e la tredicesima per tutti gli italiani.

Infatti, la Cassa Integrazione Guadagni, nella sua struttura è stata costituita solo nel 1947, vista come misura finalizzata al sostegno dei lavoratori dipendenti di aziende che durante la guerra erano state colpite e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività. Poi negli anni si è evoluta dandogli la versione che conosciamo oggigiorno. Mentre per quanto concerne la tredicesima, sotto il regime fu prevista solo per i lavoratori dell’industria pesante; solo in seguito, dopo la caduta del fascismo, le mensilità aggiuntive divennero ad appannaggio di tutti i lavoratori, rispettivamente con l’accordo interconfederale per l’industria del 27 ottobre 1946 e per tutti i lavoratori dipendenti a decorrere dal D.P.R. 28 luglio 1960 n. 1070.

SOTTO MUSSOLINI LE DONNE AVEVANO DIGNITÀ NELLA SOCIETÀ

Sorvolando gli aspetti della sua vita privata, non c’è alcuna evidenza storica ne documentale che il fascismo abbia migliorato i diritti delle donne sotto il regime, anzi. Erano assoggettate a una sorta d’incubatrici per figli senza alcun ruolo nella vita pubblica, nessun diritto di voto (che arriverà solo nel 1946) né sui figli se non nel compito di crescita. Durante il fascismo la condizione femminile è paragonabile a quella che impropriamente i nostalgici imputano alle donne sotto l’islam.

In definitiva, la frase “Mussolini ha sbagliato ma ha fatto anche cose buone” è la più banale quanto pericolosa possa esserci. Qualsiasi governo, anche il più breve e il più incapace nella storia avrà almeno una volta asfaltato una strada, figuriamoci uno che è durato 23 anni e che aveva un paese nato da appena mezzo secolo. Se ogni giudizio va contestualizzato nel periodo storico, esso deve tener conto anche delle peculiari condizioni sociali che permisero a una dittatura di poter esistere tranquillamente in occidente. Qualsiasi forma di governo che toglie la libertà, i diritti ai propri cittadini, che li fa deportare o li manda a morire al fronte, non potrà mai essere redetto dalla storia.

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