“Nessuno tocchi l’ergastolo ostativo”

Agli inizi degli anni ’90, quando la lotta alla criminalità organizzata (ed in particolar modo a  quella di stampo mafioso) entrò nel momento di massima tensione, furono varate una serie di norme inserite nella cosiddetta “legislazione di emergenza” atte a debellare il fenomeno sul territorio nazionale. Tra queste, col d.l. 152 del 1991, fu introdotto anche l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario (il cosiddetto ergastolo ostativo), che si differenzia dal comune ergastolo per la subordinazione alla collaborazione con la giustizia per l’ottenimento di particolari privilegi (come ad esempio i permessi premio o le misure alternative alle detenzione).

La norma, alla quale aveva lavorato personalmente Giovanni Falcone, fu concepita principalmente come un modo per favorire una cooperazione da parte dei detenuti affiliati e poter così ricostruire la rete dei reati e dei complici degli stessi per poterla poi smantellare. Obiettivo in gran parte raggiunto, almeno fino ad ieri quando la Consulta ha dichiarato l’incompatibilità della norma con la Costituzione dando tempo al legislatore fino a maggio 2022 per adeguarla, altrimenti sarà abrogata.

Infatti secondo i giudici “tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, cioè che in contrasto col principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge e della pena come strumento di rieducazione e non punizione. Una disposizione nel solco del diritto e sacrosanta in un mondo utopico ma rischiosa quando in teoria si sta ancora combattendo una guerra contro uno stato-occulto, che con la pandemia potrebbe trovare nuove opportunità in un sistema economico depresso.

Rinunciare alla possibilità di una collaborazione di chi ha vissuto quei regimi criminali significa perdere la principale arma per sradicarli; è dare un messaggio socialmente sbagliato di uno Stato che sembra cedere al suo compito, e che incontrando tra l’altro una delle richieste contenute nel famoso “papello” di Riina, si presenta debole dinanzi a pezzi di territori dove già latita.

Proprio per questo nei prossimi mesi dati dalla Consulta per riformulare la norma, ed evitare il fenomeno delle carceri con le porte girevoli per pericolosi boss di primo piano, il Parlamento ha l’obbligo morale e civico di non indietreggiare in questa guerra, ed anzi deve dare un’indicazione ancor più netta della volontà delle istituzioni repubblicane di vincerla con la legalità non abbattendo una disciplina antimafia scritta col sangue.

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