Perché si chiama coprifuoco?

Con l’aumento dei contagi e l’arrivo della seconda ondata, gli enti locali sono corsi ai ripari con ordinanze e divieti atti a incentivare il distanziamento sociale. Quello che più di tutti ha fatto discutere e protestare, in particolar modo i ristoratori e gli operatori della cosiddetta “movida”, è il coprifuoco, un termine chi richiama tempi bui della storia del XX secolo e subito provoca parallelismi con regimi autoritari.

In realtà la parola viene dal francese couvre-feu e significa letteralmente “coprire il fuoco” e divenne di uso comune nell’alto Medioevo, ma con un’accezione del tutto diversa da quella odierna. Infatti, essa indicava un obbligo che imponeva, prima di andare a letto o a una determinata ora segnalata dal rintocco delle campane o di una tromba, di coprire con le ceneri il fuoco dei caminetti e focolari in modo da non produrre fumo.

Tale misura si rese necessaria per evitare il divampare di incendi, regolari per la predominanza nell’uso del legno nelle case, tant’è che la storia ci consegna di quel periodo la cronaca di grandi incendi che rasero al suolo interi centri abitati come quello di Borgo dell’847 che arrivò a minacciare la Basilica di San Pietro, di Firenze del 1304, i dieci di Milano a cavallo tra l’XI e il XII secolo o quello di Londra del 1212 che provocò la morte di circa 3mila persone.

Il primo a dargli una connotazione moderna, o più simile alla nostra, fu Guglielmo il Conquistatore duca di Normandia. Quando nel 1066 fu incoronato re d’Inghilterra, riprendendo la tradizione francese istituì in curfew dalle otto di sera, coniugando all’originale motivazione quella di sedare qualsiasi ribellione. Infatti la difficoltà di vedere nel buio della notte, a fiamma spenta, permetteva alle autorità di vigilare con una maggior semplicità il territorio anche per una minore percorrenza delle strade da parte delle persone.

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