Possono e devono i social network bloccare un personaggio pubblico?

Va avanti da giorni, con toni più vicini al tifo da stadio piuttosto che a una concreta riflessione sul tema, il dibattito ormai stantio sul rapporto tra i social network e la politica. Il dilemma sorge dal ruolo sempre più predominante che hanno assunto, riuscendo negli anni a creare personaggi, lavori o movimenti politici-culturali, trasformandosi da strumenti complementari ad essenziali per la quotidianità. Veste confermata dall’ultimo anno di pandemia.

Quella che è la definizione classica data dalla Treccani servizio informatico on line che permette la realizzazione di reti sociali virtuali” è superata dalla modalità con cui possano costituire un canale di informazione o, nel caso della politica, di propaganda. E quindi si arriva alla fatidica domanda: può una piattaforma censurare o bannare una personalità pubblica? Ni.

Facebook, così come Twitter e Google, sono aziende private che operano sul mercato fornendo servizi. Per quanto concerne le reti sociali, all’atto d’iscrizione ogni utente accetta determinate condizioni sull’utilizzo delle medesime, elemento che ci offre un quadro generale dentro il quale poter navigare; ad esempio è vietato il traffico di droga o armi, l’incitamento all’odio razziale, la diffamazione e così discorrendo, predisponendo conseguenze che vanno dal blocco temporaneo a quello definitivo dell’account .

La decisione che ha portato al ban di Trump è arrivata dopo la devastazione al Campidoglio che ha causato 5 morti, un atto d’insurrezione che sarebbe stato prodotto dalle parole infuocate del presidente uscente che ha messo in discussione la legalità delle elezioni. Lo stesso Zuckerberg ha motivato tale decisione per “evitare ulteriori violenze”, anche se tale decisione potrebbe essere stata intrapresa dalle società anche per evitare un inasprimento della sezione 230 della legge federale spinta dai democratici che attualmente protegge le società di internet dai problemi legali per i contenuti pubblicati sui propri siti. Il quesito in tutto ciò diventa quindi etico e non legale, sopratutto sul ruolo di controllo del controllore in un contesto pubblico.

In Italia pochi mesi fa, il tribunale civile di Roma accolse il ricorso di CasaPound per essere riammessa sul social di Cupertino poiché insussistenti gli “elementi che consentano di concludere che CasaPound sia un’associazione illecita secondo l’ordinamento generale” con risarcimento di 12mila euro aggiungendo l’“impossibilità di riconoscere a un soggetto privato, quale Facebook Ireland, sulla base di disposizioni negoziali e quindi in virtù della disparità di forza contrattuale, poteri sostanzialmente incidenti sulla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione”.

Questa sentenza appellata rientra in un quadro di assenza di una legislazione chiara e condivisa che si traduce in una difformità a seconda dello stato di riferimento, concetto in contrasto sull’essenza delle stesse piattaforme che travalicano i confini nazioni. Potrebbe, ad esempio, esserci il paradosso di un tribunale di un paese che riconosca il ban mentre un altro che, per diritto d’informazione o parola, imponga la rimozione dello stesso per i confini del proprio. Per questo è essenziale definire un approccio comune e condiviso riconosciuto globalmente, in modo da individuare il ruolo sociale dei social garantendo le persone non identificandole solo come click ma componenti di una realtà digitale con diritti e doveri.

Personalmente più che la domanda se una società privata possa bannare una personalità o un’idea considerata dalla morale condivisa eversiva, mi sono chiesto se debba e ho trovato risposta nel paradosso della tolleranza di Karl Popper; esso stabilisce che una collettività caratterizzata da tolleranza indiscriminata è inevitabilmente destinata ad essere stravolta e successivamente dominata dalle frange intolleranti presenti al suo interno quindi la conclusione, apparentemente paradossale, consiste nell’osservare che l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza sia una condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta.

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