Recovery Fund e il rischio dell’ennesimo “furto” ai danni del sud

Più si arriva a una definizione dell’utilizzo dei soldi del Recovery Fund, più quella che sembrava un’occasione unica per superare lo storico divario nord-sud rischia di diventare una chimera. Anzi, sul piano della divaricazione economica che produrrebbe, potrebbe configurarsi nel definitivo strappo del paese con una ricaduta sulla tenuta dello stesso.

Il programma europeo definito Recovery Fund, ormai diventato la panacea di tutti i mali, dovrebbe rappresentare per l’Europa il punto di ripartenza dopo l’emergenza COVID; circa 750miliardi stanziati per il continente di cui quasi un terzo destinato all’Italia. Ma come ha fatto il 13% della popolazione dell’Unione Europea ad ottenere il 27,8% delle risorse messe a disposizione? Semplice, grazie soprattutto al SUD!

Quei fondi aggiuntivi in più vanno nella direzione di aiutare le parti economicamente depresse dell’unione, ed il meridione d’Italia con un reddito pro-capite mediamente di 17 mila euro contro i 33mila del nord e una disoccupazione del 17,6% contro il 6,1% del settentrione, è stato decisivo per aumentare il capitale destinato al nostro paese di ben 114miliardi.

Il rischio di un furto di risorse, come più volte denunciato dagli analisti e dai governatori del SUD, si fonda sulle dichiarazioni di membri del governo che vorrebbero attuare una redistribuzione non sulla base degli indicatori europei ma sulla distribuzione della popolazione italiana destinando quindi il 66% al settentrione e il 34% al mezzogiorno. Ciò comporterebbe l’elargizione di ulteriori mezzi ad un’area che già corre contro un’altra che li utilizzerebbe per tentare di colmare l’attuale gap mettendo a rischio la coesione territoriale.

Un’ingiustizia che si aggiungerebbe a quelle già rilevate dallo Svimez che nell’ultimo rapporto pubblicato ha parla di un dirottamento di fondi annuo di circa 60 miliardi verso il nord, dato confermato dal rapporto dell’Eurispes che parla di 840 miliardi dal 2000 al 2017 e che annualmente è diventato sempre più marcato. Infatti, paragonando i dati del 2016 col 2017, si rileva come nel 2016 la spesa procapite di un cittadino settentrionale sia stata di 15.062 euro contro i 12.040 di un meridionale (in media -3.022) divenuto l’anno successivo di 15.297 contro 11.939 (-3.358).

La cosa che lascia più esterrefatti sul rischio di tale ipotesi è la composizione dei membri del governo e della maggioranza a suo sostegno eletta principalmente al sud. Rischiano di assumersi la responsabilità di un affossamento della propria terra, oltre che banalmente perdere il principale bacino elettorale.

Personalmente auspico in un radicale cambio di approccio; la pandemia in corso ha evidenziato come l’assenza dello Stato in determinate aree del paese possa facilmente essere colmata dalla criminalità organizzata incatenando ancor più cittadini e territorio a una dinamica malata. Inoltre, le decisioni prese sopratutte durante la prima ondata, percepite come “un sud che si sacrifica per aiutare il nord” a fronte di dati disomogenei, rischia di accalorare un clima sociale non positivo trasformando movimenti culturali di riscatto del SUD in compagini politiche autonomiste, perché, richiamando Churchill, scegliendo il disonore si ha la guerra.

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