Reddito di Base Universale, una petizione europea per istituirlo

Era il 1516 quando Thomas More pubblicò “Utopia, ovvero dell’ottima forma di stato e della nuova isola di Utopia”, un romanzo ispirato a “La Repubblica” di Platone, in cui destrutturava la passata civiltà medievale e la neonata rinascimentale ponendo temi politici che valicavano la normale concezione generale dell’epoca; tra pena di morte, schiavitù, proprietà provata e religione veniva dipinta una società capace di sopravvivere senza dover dipendere direttamente dal lavoro. Un concetto che la storia economica riprenderà e svilupperà in modo intensivo a partire dalla rivoluzione francese arrivando sino ai giorni oggi con un l’attuale concezione del reddito di base universale.

L’argomento è al centro del dibattito per le peculiari condizioni economiche che ci troviamo a vivere, con un accentramento della ricchezza in poche mani e il mondo del lavoro sempre più precarizzato e ristretto, non più in grado di assicurare una retribuzione tale da garantire una vita dignitosa; inoltre la crescente automazione del processo di produzione porterà nei prossimi anni a una lineare perdita dei lavori manuali. Se il quadro economico globale e le prospettive dei prossimi anni si presentavano già deficitarie ad inizio 2020, la pandemia del COVID-19 ha reso ancor più impellenti misure a sostegno della quotidianità.

In tale ottica dal 25 settembre è iniziata una raccolta firme in ambito europeo per chiedere  l’attuazione a livello  comunitario di un reddito di base incondizionato; ma cos’è quest’ultimo e come si differisce dal reddito di cittadinanza che conosciamo in Italia?

Non essendoci un testo normativo scritto sul Reddito di Base Universale, anche perché nel caso si raggiungesse il milione di sottoscrizioni verrebbe demandato alla commissione, possiamo farci un idea dalle base teorica maturata finora.

  • La prima caratteristica è l’universalità, cioè non tiene conto della situazione reddituale iniziale né patrimoniale, e in tal senso non è soggetta a limiti. Già questa prima caratteristica lo contraddistingue dal RdC italiano che invece è strettamente legato alla situazione reddituale influenzandone tutti gli aspetti consecutivi;
  • la seconda caratteristica è l’individualità, ciò chiunque (donna, uomo, bambino o anziano) ha diritto a un reddito di base uguale solo perché esiste, mentre il RdC che invece tiene conto della composizione del nucleo famigliare, cosa soggetta a molte critiche in quanto penalizzerebbe quelli numerosi numerosi;
  • la terza caratteristica è l’incondizionalità, cioè non sarebbe necessario l’impiego in lavori sociali, il lavorare o la ricerca del medesimo, cosa che (sulla carta) si differenzia dal RdC in quanto si firma la disponibilità alla ricerca di un impiego o alla formazione con ANPAL;
  • la quarta caratteristica è la sufficienza, cioè la capacità di garantire una vita dignitosa che se per il RdC tiene come indicatore la soglia di povertà nel reddito universale esso è tenuto presente solo se superiore al 60% del reddito netto nazionale.

Altro aspetto, non meno importante, potrebbe riguardare l’ente erogatore; infatti, se oggi il Reddito di Cittadinanza grava sulle casse italiane una possibile intesa europea sul tema porterebbe inevitabilmente alla costituzione di un ente comunitario liberando risorse dei singoli stati (anche se marginali visto che comunque bisognerebbe finanziare poi lo stesso).

Personalmente considero qualsiasi proposta atta al riconoscimento dei diritti basilari umani auspicabile e rapidamente da approvare, l’unica perplessità che mi sorge è strettamente legata alla platea universale che prenderebbe in considerazione anche i possessori di grandi quantità di ricchezze occupando risorse che potrebbero essere allocate altrove; nonostante ciò ho firmato l’iniziativa anche solo per portare la discussione della tematica in ambito europeo.

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