Stati Generali del M5S: cosa è successo?

Chi si aspettava scissioni, sangue e urla è rimasto deluso; almeno per il momento. Gli Stati Generali dei 5 Stelle, hanno portato in scena il primo congresso digitale di un partito di governo, il secondo nella storia del movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio se annoveriamo in questo anche la presentazione della Carta di Firenze l’8 marzo di 11 anni fa.

Un incontro necessario, e da tempo richiesto, per un movimento che negli anni ha cambiato corpo, organizzazione, rappresentanti e forse essenza. Un appuntamento importante per la vita istituzionale del paese in quanto, la diaspora di 50 eletti in parlamento e i sondaggi che mostrano un dimezzamento nei consensi,  si tratta ancora del principale gruppo di maggioranza con la capacità teorica di influenzare la linea politica dell’esecutivo.

Il M5S viene da due anni di governo che ha rispolverato vecchie questioni, esplose poi fragorosamente per i deludenti risultati elettorali: destra o sinistra, movimento o partito, sistema o antisistema, Rousseau o movimento, territori o Roma, governo o rivoluzione. Una dicotomia di visioni, interessi e sensibilità che inevitabilmente hanno disorientato chi negli anni aveva conosciuto un movimento con poche parole d’ordine ma chiare. Quel “chi siamo?” che nella vita di ognuno di noi si ripresenta nei momenti di crisi e che in politica si traduce in dissoluzione, disinteresse e apatia.

I lavori di avvicinamento ai due giorni appena passati, sono stati scanditi da un drastico calo della partecipazione: “solo” 8mila persone nei 170 incontri virtuali, il 4,28% dei 186.829 iscritti su Rousseau. Così come nella votazione per la scelta dei trenta interventi della giornata di domenica, su 151.931 aventi diritto di voto “solo” 26.365 persone hanno espresso la loro preferenza il 17,35%, cosa che tra l’altro evidenzia un altro problema: coloro che hanno votato sono almeno 3 volte coloro che hanno attivamente partecipato ai lavori per gli Stati Generali.

Le due macroaree di discussione sono state incentrate sull’agenda politica e sull’organizzazione interna, riassumibili entrambe in un’unica parola: “IDENTITÀ”. Ma qual è quella maggioritaria? Uno, nessuno, centomila.

Infatti, se sui temi è facile trovare una convergenza, soprattutto se essi si presentano generici e non adattati alla contingenta dei vari territori, l’organizzazione interna si presenta problematica con varie bolle di pensiero difficili da unire. I due punti di divisione principali possono alla fine rivelarsi il ruolo di Rousseau e della Casaleggio Associati e il tema del doppio mandato. Il primo è stato agilmente disinnescato nella discussione pubblica da Davide Casaleggio con la non partecipazione all’incontro di domenica al fine di evitare qualsiasi accusa di conflitto d’interessi tra azione politica e azienda privata, ma resta nella volontà di molti parlamentari pauci-democratici la volontà di un distacco dall’anima fondante del M5S. Il secondo punto ha trovato una netta opposizione da parte dei territori che spinge per una conservazione del limite dei due mandati, derogabile solo per i consiglieri comunali, contro una visione di sistema che parla di un superamento anche nel riconoscimento di meriti speciali.

La speranza che questi stati generali potessero essere una rigenerazione per un progetto utopistico, sotto molti aspetti, al momento, non ha prodotto questi risultati. Almeno come percezione generale. L’esclusione di voci critiche come l’europarlamentare Pedicini o di attivisti storici che in questi anni hanno sollevato le problematiche che hanno portato al ridimensionamento del M5S, è stato un pessimo segnale; la sensazione è stata di una serrata di file di un’area che ha intrapreso un percorso finora fallimentare contro chi indicava un’altra possibile via. Il definitivo accantonamento del mantra “uno vale uno” spostando il peso verso la parte eletta piuttosto che la maggioranza degli attivisti e la mancata pubblicazione dei voti e accessibilità di tutti i documenti prodotti a favore di una chiusura interna, non sono stati un buon segnale.

Al di là di come la si possa pensare sul M5S, come mi trovai già a scrivere, è auspicabile che il principale partito di maggioranza trovi pace e una strada chiara e definitiva. È un qualcosa che non riguarda una piccola parte ma il paese nella sua complessità e il principio pluralistico troppo spesso minacciato dalla massificazione di questo particolare periodo storico.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.